| bakan | musiche | peraulis | discjame | contàs |
Articui
In cheste pagjine cualchi articul, recension e materiâl publicât su rivistis e gjornai
Da "La patrie dal Friûl" -setembar 2001-
| di Lorenzo Tempesti Se siete di quelli come me, che di strada in giro per il Friuli ne fanno abbastanza, saprete come un sottofondo musicale da tenere in macchina debba avere diverse qualità per essere valido: deve piacere, non deve stancare (deve tenere svegli!) e, se possibile, deve anche riempire il cuore con emozioni, obiettivo principale di gran parte dell'arte e della musica. Dunque, per quest'estate spegnete un po' la radio e ascoltate "Aradio", il primo cd dei Bakan, che secondo me soddisfa in pieno tutta la lista fatta sopra, e che troverà un posto fisso tra le poche cassette che stanno nel mio cassetto portaoggetti. I Bakan, che provengono tutti da Ospedaletto di Gemona, si ispirano alla loro vita, alle storie ascoltate, e inventate, e condiscono queste ispirazioni con la loro musica, che riesce a dare unità a testi così diversi, e a farli sempre arrivare fino al cuore dell'ascoltatore. Il cd non stanca, così ben equilibrato nell'alternanza di brani lenti e veloci, e con quel suono che è un misto di sagra, folk, rock, chitarre elettriche e fisarmonica. Zornànt ci fa entrare "con garbo" nel mondo dei Bakan: una canzone in cui sono riusciti a racchiudere una giornata piena di voglia di vivere. Segue l'energia di Madins, e l'atmosfera di Un slavìn d'estât, una dolce malinconia, da far venire la pelle d'oca. Il ritmo di Sot, lo sfogo di Malasuerte e Da chi indevant, Daûr dai poi, e la popolarissima Costantin ti riempiono di voglia di ballare (occhio se siete in auto!): i Bakan d'altra parte sono un gruppo da ascoltare dal vivo, senza star fermi, facendosi coinvolgere dalla loro energia. Bisogna comunque dire che il suono del cd rende benissimo ciò che c'è dentro i Bakan, la loro vita, il loro entusiasmo; merito non solo dell'ottima registrazione, ma di come sono fatti loro: bravi musicisti, ma che non cercano sempre la perfezione, di modo che riescono ad essere sempre veri! E' poesia Sere Cidine, come quella di Nûfcent, il personaggio del monologo di Alessandro Baricco, di cui i Bakan hanno preferito cantare gli occhi di giramondo, piuttosto che le mani di musicista. Da lontan è piena di sentimento, vive nella musica ancor prima che nelle parole. I testi dei Bakan, da storie a poesie a momenti di allegria, di calma, di emozione, sono scritti nell'unione della sincerità del momento e di una musicalità che ben si sposa con il suono degli strumenti. Per salutarci i Bakan scelgono Alestât, molleggiata come un reggae, e che quasi descrive l'estate che è passata attraverso tutto il cd. Se continuano così, il prossimo loro lavoro uscirà tra cinque anni, ma ci sarà un motivo: per riempire quaranta minuti di così tanta vita, forse, non basta poco tempo per accumularla. |
| di Lorenzo Tempesti S’o seis di chei come me che di strade ator pal Friûl in fàsin avonde, o savarês che un sotfont musicâl di tignî impiât in machine al scuen vê diviersis cualitâts par jessi bon: al à di plasê, nol à di stufâ, al à di tegnî dismots! E, s’al è mai possibil, al à ancje di jemplâ il cûr cun emozions, obietîf principâl de grande part da l’art e de musiche. Po ben, par cheste Istât studait un pôc la radio e meteit sù “Aradio”, il prin cd dai “Bakan”, che al contente in plen dute la note fate sore, e che al cjatarà un puest fis tra chês pocjis casselutis ch’a stan tal gno casselin. I “Bakan”, ch’a vegnin ducj di Ospedalet di Glemone, s’inspirin a la lôr vite, a storiis scoltadis e inventadis, e a cuincin chestis inspirazions cu la lôr musiche, ch’e rive a tignî dongje tescj cussì disferents, e a fâju simpri rivâ fint tal cûr dal scoltadôr. Il cd nol stufe, cussì ben ecuilibrât inte alternance di tocs lents e svelts e cun chel sun ch’al è un messedot di sagre, di folk, di rock, di ghitaris eletrichis e di armoniche. “Zornànt” nus fâs jentrâ, cun gracie, dentri dal mont dai “Bakan”: une cjante dulà ch’a son rivâts a sierâ dentri une zornade plene di voie di vivi. Po dopo energje di “Madins”, e mosfere di “Un slavìn d’estât”, une malincunie dolce, di fa vignî i pêi drets. Il ritmi di “Sot”, il sbroc di “Malasuerte” e “Da chi indevant”, “Daûr dai poi” e la popolâr “Costantin” t’implenin di voie di balâ (ocjo, s’o seis in machine): i “Bakan”, d’altre bande, a son un grop di scoltâ dal vîf, cence sta fers, fasintsi cjapâ dentri de lôr energjie. Al è però di dî che il sun dal cd al rint benon ce ch’al è dentri dai “Bakan”, la lôr vite, la lôr passion; mert no dome de otime regjistrazion, ma di cemût ch’a son fats lôr: brâfs musiciscj, ma che no cirin simpri la perfezion; di mût ch’a rivin a jessi simpri vêrs. E je poesie “Sere Cidine”, come chê di “Nûfcent”, il personaç dal libri di Alessandro Baricco, che i “Bakan” a an vût nant di cjantâ i voi dal ziremont, pluitost che lis mans dal musicist. “Da lontan” e je plene di sintiment, e vîf te musiche ancjemò prin che intes peraulis. I tescj dai “Bakan”, di storiis a poesiis, a moments di ligrie, di calme, di emozion, a son scrits intune cu la sinceritât dal moment e cuntune musicalitât che si spose cussì ben cul sun dai struments. Par saludâ, i “Bakan” a doprin “Alestât”, molegjade come un “reggae”, e che scuasit e descrîf l’Istât ch’e je passade dentri dut il cd. S’a continuin cussì, il lôr lavôr avignî al jessarà ca di 5 agns, ma al sarà un motîf: che par implenâ 40 minûts di cussì tante vite, forsit, nol baste pôc timp par ingrumâle. |
Da "Il Nuovo Friuli" -2001-
| di Andrea Marin Finalmente dopo sette anni di attività vede la luce “Aradio”, primo album dei Bakan. Il gruppo di Ospedaletto di Gemona è infatti attivo dal 1994 e autore di interessanti performances dal vivo. L’album, interamente autoprodotto, è una sorta di foto di questo periodo. Per chi li ha seguiti durante questi anni il cd non presenta novità significative, a pezzi già noti come Madins si affiancano altri meno conosciuti sempre con lo stesso stile dove la musica tradizionale friulana viene spesso marcata dall’utilizzo di strumenti elettrici. A chi li ascolta per la prima volta il suono dei Bakan potrebbe sembrare pesantemente derivato dall’esperienza di un gruppo importante come i Mitili Flk, ma si farebbe loro un torto a non considerare come molti dei pezzi presenti su Aradio siano praticamente contemporanei dei lavori di questi ultimi. Forse uno dei limiti maggiori di questo lavoro è proprio l’essere in un certo senso arrivato fuori tempo massimo; intendo dire che in un periodo dove la musica friulana si apre ad un infinita serie di contaminazioni e sperimentazioni forse non esiste più un mercato tale da accogliere un disco così legato alle tradizioni. Comunque resta una documentazione importante di un gruppo che ha già saputo dire la sua in passato e si dimostra ancora vivo e vegeto oggi. Resta da dire di un elevato livello di registrazione e arrangiamento, cosa non da poco per un disco autoprodotto, segno di competenze tecniche e professionalità non comuni. Aradio è un lavoro accurato, al di fuori delle mode e delle tendenze, e questo è sicuramente un merito, ma che sottolinea anche come la musica dei Bakan non abbia avuto una sensibile quanto auspicabile evoluzione nel tempo. |
Da "Il Gazzettino" 19/12/2001
| di Andrea Ioime UDINE - Lo ammettiamo: li avevamo persi di vista un po' di anni fa. Da quel 1995, per la precisione, che li aveva visti vincere senza problemi il "Premi Friûl" con un brano, "Madins", che all'epoca non si faticava a inserire in quella tradizione etno folk che diversi gruppi stavano portando al successo, perlomeno in regione. In questi anni, però, i BAKAN non sono mai usciti di scena, intraprendendo una discreta attività live specie nella zona "d'influenza" (Gemona e dintorni) e affinando lo stile nella prospettiva di un esordio discografico. Esordio che è finalmente arrivato con l'album "ARADIO", autoprodotto dalla band («Lo vendiamo solo col passaparola e ai concerti, come si faceva qualche anno fa», spiegano) e segnalato tra i 10 migliori prodotti del 2001 dall' Osservatorio sulla nuova musica friulana, nato in pratica con la seconda edizione della rassegna "Musiche". Ivano Brollo (chitarra elettrica), Renzo Brollo (fisarmonica), Alessandro Cum (batteria), Mauro Di Giusto (basso) e Riccardo Marchetti (voce) si sono incontrati musicalmente nel 1994, a Ospedaletto di Gemona, e da allora hanno prodotto pura e semplice musica in "marilenghe", suonata con strumenti acustici ed elettrici. Il risultato è l'album "Aradio", registrato all'Artesuono di Stefano Amerio: una raccolta di 16 tracce che passano dal "combat" folk della già nota "Madins", ma anche di "Zornànt", "Da chi indevant" e "Malasuerte" alle ballate come "Un slavin d'estàt" fino a esperimenti più obliqui (e davvero interessanti) come "Sot" e "Alestàt" o lo ska folk "Costantin.". Alla band, che ha curato con estrema attenzione tutte le fasi della produzione della sua prima "creatura", booklet compreso, abbiamo chiesto quali sono state le fasi che hanno portato alla nascita di "Aradio", un viaggio attraverso le onde hertziane della musica in marilenghe. - Da "Madins", cioè dalla vostra affermazione al Premi Friûl, sono passati tanti anni. Che cosa avete fatto nel frattempo?«Da "Madins" in poi ci siamo dedicati unicamente a comporre canzoni in friulano, quelle che poi sono state messe assieme nel disco. Per tanti motivi, il tempo che ci è necessario a finire un pezzo risulta essere molto, ed è per questo che il materiale occorrente a riempire un intero cd ha richiesto praticamente tutti questi anni... ». - Sentendo l'album, si può avere l'impressione che siate rimasti forse gli unici a suonare un certo tipo di "combat folk" che a un certo punto sembrava invece dovesse essere la caratteristica fondamentale della scena friulana. Come mai siete rimasti affezionati a quel suono? «Quando siamo usciti con i primi pezzi in friulano, il suono in voga era quello rock folk, ma per la verità non è mai stata nostra intenzione affiliarci a un movimento, o seguire un qualche tipo di moda. Semplicemente, questo è quello che sappiamo fare, e soprattutto quello che ancora ci piace». - Perché tutti quei pezzi da 2-3 minuti, o anche meno? Sembra quasi d'essere tornati all'epoca punk, almeno come attitudine. «I pezzi sono molto brevi perché siamo fortemente convinti che altrimenti l'energia venga "diluita". Noi abbiamo sempre pensato che, in un brano, la completezza non significhi virtuosismi, riff o assoli fini a se stessi. E comunque, grazie per il punk». - Di recente, durante la lunga rassegna di nuova musica friulane "Musiche", qualcuno ha definito il vostro suono "rock di paîs". Intendendolo ovviamente in senso positivo, siete d'accordo con questa definizione? «Sì, rock di paîs può andare bene, sia in positivo che come "limite". Riteniamo comunque che le definizioni, in ambito musicale, lascino spesso il tempo che trovano...». - Secondo voi, la scena musicale in marilenghe ha ancora delle possibilità di "uscire", ossia di farsi sentire fuori da questa regione? «La scena friulana dà ancora notevoli segni di vitalità e ha soprattutto una buona capacità di rinnovarsi. Tuttavia pensiamo che, al momento, non ci siano realtà commercialmente esportabili a livello nazionale. Comunque, non è mai da escludere qualche futura sorpresa». - Qual è la "Aradio" del titolo? «Il titolo voleva esprimere l'immagine di quella che è la nostra musica, e al tempo stesso voleva essere un omaggio al mezzo, che ha da poco compiuto cent'anni. Lo parola, pur essendo ortograficamente scorretta anche in lingua friulana, riassume i vari e contrastanti aspetti e contenuti di questo lavoro: allo steso tempo popolare e profondo, “lo-fi” ma con ritocchi raffinati. Fuori moda, ma difficilmente databile» |
Da "Il Messaggero Veneto" 16/2/2002
| di Piero Cargnelutti Tutta una festa, un gioco iniziato dodici anni fa che ha visto sei giovani prendere in mano gli strumenti per dare il via ad un'avventura musicale diventata negli anni sempre più presente sui palchi delle sagre paesane e concretizzatasi addirittura in un ottimo prodotto discografico. È la storia dei Bakan, quella di Ivano, Renzo, Alessandro, Mauro Riccardo e Oscar (quest'ultimo, purtroppo, di recente ha lasciato la formazione), i sei gemonesi che, forse senza rendersene conto, sono diventati uno dei tanti bei colori della nuova musica friulana. Partiti come cover-band di U2 é Litifiba, hanno successivamente friulanizzato il proprio repertorio passando al Povolâr Ensemble e a Lino Straulino (che all'epoca non aveva ancora pubblicato il superbo Spin!), per arrivare infine alla composizione di brani originali. E proprio con quei pezzi hanno affrontato il palco del Premi Friûl 1995, vincendo la rassegna in ex aequo con gli Ultrabrartan, un'affermazione che ha permesso alla band di farsi conoscere sempre di più sul territorio friulano. Così, dopo anni di esperienza e concerti insieme, decidono di entrare in studio di registrazione è, sotto la regia di Stefano Amerio, registrano e pubblicano il loro primo album: Aradio è il loro disco, un disco che ha già girato molto, raccogliendo un meritato successo; contiene tutte le canzoni scritte e suonate dai Bakan nel corso degli ultimi dieci anni, tanti piccoli frammenti figli di una tradizione in continua evoluzione. Il linguaggio è semplice, diretto, quel friulano da osteria che congiunge il passato con il presente, una porta fra due mondi, il vecchio ed il nuovo millennio. È ricco di forme che lo rendono apprezzabile ad un pubblico composito, non più soltanto ad una generazione attaccata agli antichi valori ma anche ai giovani e forse, addirittura ai teen-ager di oggi. Melodiche linee vocali scorrono in Zornànt, ritmi gitani alla Mau Mau danno forma a Madins, mentre Un slavin d'estât è poesia fatta di voci dove quei «mûrs c'a colin» sembrano quasi una presa di coscienza a distanza del disastro del 1976. E se i terremoti spesso portano via case e paesi, non sono certo in grado di estinguere la voglia di ricercare suoni moderni per sposarli alla nostra cultura, così come avviene nella punkeggiante Sot, episodio in cui «musiche lontane si mesede cul gno timp». Segue il folk romantico di Sere cidine, il tributo a Baricco di Nûfcent e, poi ancora un pizzico di punk nell'ironica Malasuerte. Per le sue ambientazioni notturne, Lusôr ricorda lo Straulino di La gnot e, dopo lo scherzo sonoro di Maldimâr, l'ascolto prosegue con Daûr dai poi, uno sguardo di sfuggita alla quotidianità con quella voglia sempre presente nei Bakan di “contâ dal mont taront”. Simpatiche sono le voci del Coro Primevere che ci cantano La nuova Gemona introducendo Costantin, uno dei pezzi più noti della band, tipico hit da sagra che non lascia certo indifferenti. Cjantâ attira l'attenzione per la sua particolarità, un tango dove trovano posto degli arrangiamenti chitarristici quasi metal. Concludono il disco Charleroi, la malinconica Da lontan, Da chi indenant e i ritmi sincopati di Alestât. Canzoni brevi quelle dei Bakan (poche superano i 2 minuti!), ma allo stesso tempo complete, ricche, come tante pennellate che colorano il quotidiano re-interpretandolo con ironia. Sempre usando un linguaggio moderno che sa però conservare quella schiettezza e semplicità tipica mente friulane. Questi sono i Bakan, probabilmente un po' riservati, ma pur sempre presenti e certamente indispensabili nel grande mare di idee e voglia di comunicare che è la nostra musica in marilenghe. |
Da "www.musicologi.com"
| di Piero Cargnelutti Bakan, il suono rock genuino che nasce nella piccola Ospedalèt. Bakan, il pattern americano anni '90 basso+batteria con voce e la distorsione che arriva di colpo, diventato friulano per raccontare delle storie in marilenghe. E ancora Bakan, i suoni e i ritmi frizzanti che danno colore alla quotidianità, nella cittadina che dorme ai piedi del Glemine. Così, per raccontarti “un otubar cence fin muart dopomai” (Straordenari), oppure il sentirsi “come une femine masse biele e nissun ch'ajal dîs” (Come). Parafrasando una certa grinta che ci avevano lasciato i Litfiba dei tempi d'oro tra le note di Viodistu, richiamando il rock italiano degli ultimi 15 anni con la dirompente Ore di gnot, ma anche la psichedelia poetica di Tal mieç. E poi coinvolgendoci ancora con la stupenda Lant, un congedo fra amici. Tutto questo con in mezzo una fisarmonica, che sembra quasi voler richiamare le radici popolari friulane, che i nostri hanno già superato da tempo per spingerle ancora di più verso la modernità. Tutto questo e molto altro è A eletric 2006, il nuovo disco dei gemonesi Bakan, il gruppo che ha saputo ritargliarsi un determintato spazio nella moderne musiche furlane. Senza far tanto rumore, nella loro umiltà, o forse nella semplice voglia incondizionata di trovarsi ancora in sala prove per mettere alla prova la propria creatività, dopo circa 15 anni di musica assieme. Un disco, A eletric 2006, che rispetto al predecessore Aradio, è molto più intriso di sensazioni ed anche di poesia, ma sempre frizzante, ironico, fatto con tanta passione. Con un codice a barre in copertina, un modo simpatico che ci fa notare quanta meticolosità e quanto impegno è stato messo perfino nel realizzare il booklet. Eh si ragazzi, i Bakan ci sono ancora. Magari producendo un disco ogni cinque o dieci anni, ma ci sono ancora. Lunga vita ai Bakan: del resto, cosa faremo senza di loro nella città che dorme? |
Da "Il Messaggero Veneto" 28/7/2006
| Sarà presentato
domani, alle 21 nel parco Stroili di Ospedaletto di Gemona, "A eletric
2006", l'ultimo cd dei Bakan. Il gruppo, che presenta questo lavoro
a 5 anni da "Aradio", offre 14 brani che raccontano piccole storie,
frammenti di vita, brevi emozioni che non hanno pretese di insegnare,
che non celano né morale né retorica. Vogliono soltanto esprimere sensazioni, essere la fotografia di un momento vissuto e che può essere (o lo è già stato) vissuto anche da altri. La libera interpretazione dà man forte a queste tesi: non c'è un senso solo nelle loro canzoni, ma ogni testo può essere adattato alla propria vita, anche tradendo completamente il senso originario del brano. Anche la scelta del friulano non è da interpretarsi come un segno di campanilismo, ma viene usato perché è la lingua del loro quotidiano, attraverso la quale vivono la realtà, è la madrelingua, come spiegano, ovvero la lingua della madre, con la quale sono cresciuti e con la quale cantano le loro storie, i loro pensieri. Le parole delle canzoni corrono veloci, sostenute da un ritmo incalzante, un suono che perde la componente melodica e acquisisce dei toni più ruvidi, ogni tanto aggressivi, ma che fanno risaltare la bellezza di ogni nota. Si cerca di dare uno spazio ben definito a ogni strumento, per evitare un sovrapporsi caotico di musica. Il gruppo, che dice di non voler trasmettere nessun messaggio preciso, ma di raccogliere semplicemente il frutto di cinque anni di lavoro in sala prove, ha curato ogni aspetto di questo cd. Dalla copertina alla scelta dei colori (che sono essenzialmente tre - bianco rosso e nero - ai quali si aggiunge il grigio), tutto rientra nel quadro della semplicità, dell'immediatezza, dell'essere diretti per trasmettere ciò che hanno da dire. Come si è detto, non solo le canzoni e le musiche, ma anche l'impatto visivo diventa immediato, con l'uso di simboli (in copertina appare un codice a barre) che appartengono a un linguaggio universale, che servono a capire la realtà. Da segnalare, inoltre, che "A eletric 2006" sperimenta un nuovo modo di concepire i diritti d'autore: "cc" è la sigla che sostituisce il tradizionale copyright e che permette la diffusione delle canzoni (o anche delle eventuali cover) in assoluta libertà, purché lo si faccia per scopi non commerciali e si riconosca la paternità dell'opera. Una scelta, questa, che fa capire quale sia il vero intento del gruppo: far circolare la musica, e dare a tutti l'opportunità di assaggiare questo loro nuovo lavoro. Ecco, quindi, cosa dovrà aspettarsi chi sarà domani sera alla presentazione del cd: 14 brani brevi, ma densi di energia che racchiudono le piccole esperienze di ogni giorno. |